La malattia parodontale e i test genetici

La malattia parodontale  è una degenerazione dei tessuti di sostegno dei denti. Tale malattia un tempo si chiamava piorrea, e con tale nome continua ad essere identificata da molti pazienti. La causa di tale degenerazione è costituita dall’accumulo di batteri anaerobi al di sotto del solco gengivale; la proliferazione batterica causa la distruzione delle fibre collagene che formano il legamento parodontale (ovvero il legamento che unisce la radice dentale all’osso) e, al progredire della malattia, la distruzione dell’osso di sostegno. Il risultato è la progressiva mobilità dei denti e, alla fine, la loro perdita.

La prima manifestazione clinica della malattia parodontale, osservabile direttamente dal paziente, è in genere il sanguinamento gengivale spontaneo o allo spazzolamento.

La  perdita volumetrica delle papille, la recessione gengivale, un cambiamento, anche se lento e modesto, di posizione dei denti sono segni di malattia parodontale di media gravità.

Una maggiore velocità di spostamento dei denti, con mobilità percepita dal paziente come anomala, e l’apertura repentina di spazi interdentali fino allo sventagliamento dei denti frontali sono indice di malattia parodontale in fase avanzata. L‘alitosi è un’altra fastidiosa conseguenza della malattia parodontale.

L’assenza di un’efficace terapia o la presenza di una patologia refrattaria (che rappresenta circa il 6% dei casi) porta inevitabilmente alla perdita dei denti colpiti.

L’assenza di una corretta diagnosi in fase precoce della malattia parodontale produce quindi, oltre a danni anatomici e funzionali, anche importanti danni estetici spesso di difficile o impossibile risoluzione.

Un mancato trattamento della malattia parodontale in fase precoce aumenta enormemente il rischio di dover eseguire terapie più invasive e costose, come quelle implantoprotesiche, e di conseguenza incrementa il costo biologico ed economico per il paziente.

Studi recenti stimano infatti che nel 25% dei casi essa abbia andamento più o meno rapidamente distruttivo ed altamente invalidante.
Secondo i dati pubblicati dalla SIDP nel 2003, emerge che in Italia il 60% degli adulti sia affetto da vari gradi di malattia parodontale, di cui il 10-14% in forma grave ed avanzata. L’aumento dell’incidenza è drastico nella fascia di età tra i 35 ed i 44 anni.  Secondo le ultime evidenze scientifiche, la parodontite inoltre costituisce un fattore di rischio per l’inizio e lo sviluppo di importanti patologie sistemiche.
L’elevata concentrazione di batteri patogeni nelle lesioni parodontali provoca episodi di batteriemia ed immissione in circolo di tossine, collegabili all’inizio ed alla progressione di importanti patologie sistemiche: malattie respiratorie, cardiovascolari, contaminazione batterica valvolare e delle placche ateromatose (Seymour G.J. et al. 2007). E’ inoltre dimostrata l’esistenza di un legame bidirezionale con il diabete mellito (forte predisposizione del diabetico alla malattia parodontale e maggiore difficoltà del controllo metabolico glicemico qualora essa non sia trattata (Lamster I.B. et al. 2008). Anche il filtro placentare può essere bypassato con conseguente aumento dei mediatori responsabili del parto prematuro e possibilità di nascite sottopeso (Marakoglu I. et al. 2008).

TUTTO QUESTO PUO’ ESSERE EVITATO.

La letteratura recente, pur in assenza di valutazioni univoche, ha ormai riconosciuto in alcuni polimorfismi genici un fattore predisponente e/o aggravante nello sviluppo di forme di malattia parodontale ad andamento progressivo e resistenti al trattamento, anche in soggetti che hanno eccellenti abitudini di igiene orale e relativa scarsità di flora batterica patogena. Tra i polimorfismi genici maggiormente associati in letteratura alla patologia parodontale se ne evidenziano alcuni relativi a: IL-1A, IL-1B,IL-1RN, IL-10, IL-6 e COX2.

genetics

IL TEST GENETICO consente di verificare se il paziente è predisposto allo sviluppo di malattia parodontale grave; si tratta di un fondamentale elemento di prevenzione precoce, in modo da programmare unun piano di mantenimento della salute parodontale in grado di controllare il rischio. Il test viene eseguito una volta sola, in quanto l’informazione genetica non si modifica nel corso della vita.

IL TEST MICROBIOLOGICO permette di monitorare la presenza dei ceppi batterici patogeni nelle tasche gengivali; si tratta di un importantissimo strumento di valutazione e di ottimizzazione della terapia in corso, che può quindi essere personalizzata sulle reali esigenze del paziente. Il test tipicamente viene ripetuto ad intervalli minimi di 4 mesi per seguire l’andamento della popolazione batterica.

I TEST GENETICI E MICROBIOLOGICI SONO TOTALMENTE INDOLORI in quanto i prelievi sono superficiali ed incruenti. I campioni vengono inviati al laboratorio BIOMOLECULAR DIAGNOSTIC di Firenze che, a esami ultimati, trasmette online i risultati al medico. Il medico a sua volta informerà il paziente e indicherà il piano di trattamento più opportuno.Three laboratory retorts

Implantologia: domande e risposte

A colloquio con il dottor Francesco Rossani
a cura di Valeria Abate

Video di un intervento di implantologia con aumento mini-invasivo di osso. A cura del dr. Francesco Rossani

D – Che cos’è un impianto?

R – Un impianto è una vite in titanio che funge da nuova radice in sostituzione di un dente non più presente.

D – Viene quindi inserito nell’osso?

R – Sì, viene inserito nell’osso.

D – I denti mancanti non possono essere sostituiti con dei ponti fissi, anziché ricorrere alla chirurgia?

R – Sì, ma ciò comporta diversi svantaggi. Innanzi tutto, non sempre sono disponibili denti naturali in numero sufficiente da fare da supporto al ponte. In secondo luogo, per poter eseguire un ponte i denti naturali, anche se sani, devono essere limati e ciò comporta un sacrificio biologico non sempre accettabile.

D – Se l’impianto sostituisce la radice, che cosa sostituisce la corona del dente perso?

R – Una corona in titanio-ceramica, avente l’aspetto e la funzione di un dente naturale, che viene fissata all’impianto sottostante.

D – Gli interventi di implantologia sono dolorosi?

R – No, non lo sono affatto. Vengono eseguiti in anestesia locale e spesso i pazienti si stupiscono di quanto sia indolore non solo l’intervento, ma anche il recupero postoperatorio. Di solito è possibile riprendere le normali attività il giorno stesso, magari evitando attività fisiche impegnative (niente kickboxing!).

D – Quando torna a casa, il paziente che cosa si vede in bocca?

R – Di routine, solo qualche punto di sutura. Gli impianti, infatti, hanno bisogno di un certo periodo, che varia dai 3 ai 6 mesi, per poter essere integrati nell’osso ricevente. Durante il periodo di guarigione, è come se il paziente non avesse mai subito alcun intervento: tolti i punti, la gengiva riprende il suo aspetto originario. In attesa di poter montare la corona protesica, se la zona ha un’importanza estetica, viene applicato un provvisorio rimovibile.

D – Quindi, quando si tratta di montare la corona definitiva, bisogna riaprire la gengiva?

R – Sempre secondo routine, sì. Ma si tratta di un’operazione della durata di qualche minuto, totalmente indolore e che non lascia nessun segno: dopo la riapertura di un opercolo di qualche millimetro quadrato, si avvita sull’impianto una vite chiamata, non a caso, vite di guarigione, che ha lo scopo di far guarire in maniera ottimale i tessuti. Il paziente torna a casa senza dolore e senza sanguinamento.

D – Gli impianti possono dare rigetto?

R – No. Gli impianti sono costruiti integralmente in titanio, un metallo totalmente biocompatibile. La superficie degli impianti è trattata in modo che le cellule dell’osso possano letteralmente crescervi addosso, dando origine alla osteointegrazione, ovvero il saldo legame tra l’osso ricevente e l’impianto artificiale.

D – Se un paziente ha molta fretta, è possibile montare subito delle corone sugli impianti?

R – Sì, ma solo in casi molto selezionati. Lo studio di un caso implantare è un momento delicato che richiede esperienza e precisione; sta al medico stabilire le varie opzioni possibili e concordare il da farsi con il paziente.

D – Tutti i pazienti sono idonei all’intervento?

R – No, ci sono dei requisiti da rispettare. Innanzi tutto deve essere presente osso a sufficienza. Esistono delle tecniche chirurgiche per l’aumento della quantità di osso, ma ci sono dei minimi al di sotto dei quali il rapporto costo/beneficio non è più vantaggioso. Inoltre è importantissima la motivazione del paziente, che deve impegnarsi a non fumare e a mantenere un’igiene scrupolosissima. Un intervento eseguito alla perfezione può fallire in pochi mesi per incuria da parte del paziente. Infine ci sono dei fattori prettamente medici che devono essere presi in considerazione nello studio del caso (diabete, osteoporosi).

D – E’ vero che prima di affrontare l’intervento bisogna sottoporsi a una TAC?

R – Non sempre; alcuni casi possono essere pianificati con una semplice ortopanoramica o con una radiografia endorale digitale. Spesso però il medico richiederà un esame di tipo  Dentascan, che in effetti è un tipo di TAC specifico per la chirurgia orale. Il vantaggio di questo esame è di permettere uno studio tridimensionale dell’anatomia individuale del paziente.

D – Ci sono cose che possono andare storte durante l’intervento?

R – Come ogni atto medico, sono possibili delle complicazioni, che molto raramente sfociano in problemi seri. La complicazione più frequente, sia pure relativamente rara, è il mancato attecchimento dell’impianto per colpa di batteri che si insediano tra metallo e osso. Proprio per evitare questa evenienza l’intervento viene svolto in un allestimento simile a quello di una sala operatoria ospedaliera, dove ogni superficie di lavoro è sterile. Qualora l’impianto fallisse, tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi è sufficiente sostituirlo per ottenere il successo della terapia.